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In vacanza si legge di più

L’estate è un buon momento per dedicarsi alla lettura. Ho sentito parecchie persone in spiaggia dire felici che si sono portate due, tre o addirittura quattro libri che vogliono leggere nei giorni di vacanza. Un pò triste pensare che durante l’anno non si permettano di leggere ma, come si dice, meglio di niente.

Allora questa settimana ho deciso di pubblicare un estratto del mio romanzo “La Principessa Guerriera”. Ti regalo l’inizio del primo capitolo sperando possa piacerti e incuriosirti.

Nel caso, fammi sapere nei commenti.

Intanto buona lettura !

Capitolo I – Le radici

Era un afoso pomeriggio d’estate.


”Mamma, posso andare a giocare fuori in giardino, con i vicini?” chiese Lorenzo. 
”Fuori senza di me? Con i vicini? Fuori dal mio controllo a sei anni e mezzo?  Ok, il giardino è nostro, è chiuso in un cortile anche questo privato, dalla finestra del salotto ti vedo … sì, va be …”
Irene non riuscì a terminare la frase, suo figlio cominciò a saltare e gridare dalla gioia: “Evviva! Come sono emozionato! Grazie mamma, grazie, grazie, grazie!”
Lorenzo, il piccolo grande Lollo, era così felice di poter fare qualcosa da grande, qualcosa da solo che si infilò le scarpe in un lampo senza ascoltare le raccomandazioni della mamma: “Però fai attenzione, chiamami appena hai bisogno e non correre troppo!”. 
Che ansia! Se ci ripensa oggi, si dà fastidio da sola.
“Ehi amici, mia mamma mi fa giocare fuori fino a cena e forse anche un po’ dopo!” corse a comunicare Lorenzo ai vicini.
“Mai detto, comunque …” pensò Irene e cominciò a seguirlo con lo sguardo attraverso le finestre di casa. Sì, poteva andare: giocava a palla, cercava vermi, rideva, i vicini avevano portato degli attrezzi per fare giochi all’aperto. Lei più tardi, avrebbe portato loro la merenda.
Ok, ora?

Dopo quasi sette lunghi anni, era la prima volta che si ritrovava in casa, da sola, senza “dover” fare nulla.
Con le faccende era allineata, suo marito era al lavoro, forse avrebbe potuto sistemare meglio casa, ma no. Non in QUEL MOMENTO. Si mise seduta sul divano, con un occhio cominciò a leggere un libro e con l’ altro controllava suo figlio. Non le sembrava vero, poteva rilassarsi un po’, poteva pensare di fare qualcosa che desiderava, nient’altro.
Non ci credeva ancora del tutto, si alzò dal divano e andò nuovamente alla finestra: guardò il piccolo Lollo, prese coscienza del fatto che il figlio poteva passare del tempo senza di lei, voleva godersi l’ immagine dei suoi primissimi attimi di indipendenza. Mentre lo guardava correre e ridere, si mise a pensare …

“Figlio mio, quante cose mi hai donato, quante cose mi hai tolto.
Che fatica i primi anni, una fatica più pesante di tutti i lavori che ho fatto. Anni pieni di sonno mancato, sonno spezzato, preoccupazioni, paure, domeniche intere a casa perché tu eri malato, sbalzi d’umore per ogni piccola cosa che andava diversamente da come io l’avessi programmata; vedere il mio corpo prima ingigantirsi e poi tornare “quasi” come prima, con fatica. Schiena e gambe dolenti, mal di testa frequenti, nessun momento di pausa, un continuo chiedermi se fossi nata per fare la mamma, oppure no.
Prima di mettere al mondo un figlio sei una persona con le tue priorità, i tuoi sogni e progetti, la tua faccia sfrontata, la tua valigia sempre pronta.
Dopo, non sei più la stessa, non lo sarai mai più.
Guardi allo specchio un’ entità nuova. Tuo nonno, quando sei nato mi ha detto: “Da oggi non sarai più sola” e in effetti è così. Non c’è giornata, da quando sei al mondo, nella quale io non abbia pensato a te, a noi.
Guardandoti adesso, nonostante i ricordi pesanti, però, sai cosa capisco? Sai qual è la cosa più importante che mi hai donato? Tu, figlio mio, mi hai insegnato il significato della parola LENTEZZA.
Lenta io? Mai stata! Paziente? Tanto meno. Ho sempre voluto tutto e subito, sono sempre stata una persona impulsiva, quando ho voluto qualcosa mi sono buttata, l’ho afferrata e me la sono portata via; quando ho immaginato un progetto, in poco tempo è stato realizzato! Stavo anche bene in questa mia consapevolezza, ritenevo inutile la lentezza anche se, ha causa di questo, ho perso persone molto importanti. Non ho mai contato fino a dieci prima di parlare, non ho mai riflettuto abbastanza, prima di andarmene.
Inoltre, credo di non essermi mai goduta fino in fondo un momento, un’emozione, un’alba, l’ennesimo trasloco. Fino a quando, sei nato tu. Un figlio ti fa smettere di correre, ti ricorda l’importanza dei dettagli, dei sorrisi, degli abbracci, delle mezz’ore passate sul lettone a giocare. Un figlio riesce a farti sedere sul divano per più di dieci minuti, per guardare insieme il suo cartone animato preferito. Tutto questo una mamma lo fa anche se la casa è un disastro, anche se avrebbe voluto farsi la tinta o una doccia con calma: un figlio ti guarda, ti dice “Ti voglio bene mamma” e tutto il resto non conta.
Non conta tutto quello che avresti voluto fare, tutto quello che avresti voluto essere.”

Tornò a sedersi sul divano, un sorriso si formò sulla sua bocca.
Era sicura di essere diventata una persona migliore grazie a suo figlio.
Certo, non subito…
Quando Lorenzo era molto piccolo, si era accorta di essere tutt’altro che migliore! Si sentiva al contrario sempre stanca, a volte inutile, incompresa, si sentiva terribilmente sola. Non aveva voglia di curare il suo corpo, il suo viso, i suoi interessi. Non aveva fame e poi ne aveva troppa, era la regina degli sbalzi d’umore, perché passava il tempo a fare progetti per il week-end che, venivano sistematicamente fatti saltare!
Non comprendeva il motivo per il quale tutti dicessero che essere madre è la cosa più bella che ti possa capitare, non riusciva a vedere la bellezza, non comprendeva la grandezza e il privilegio che l’universo le aveva donato.
La cosa più terribile è che si vergognava di confessarlo a chiunque! Aveva provato con sua mamma e sua nonna e queste erano state le risposte:
“Quante storie che fai! È solo un bambino, io ne ho avuti 3!”.
“Gli stai sempre troppo attaccata, appena piange lo prendi in braccio, lascialo un po’ da solo!”
In realtà le avevano dato anche consigli utili che lei però, puntualmente, non metteva in pratica:
“Quando lui dorme, riposati anche tu, lascia stare le faccende di casa”; “Non svegliarlo per maNgiare, finché dorme vuol dire che ha bisogno di dormire”; “Le coliche non esistono, gliele fai venire tu perché sei troppo agitata e stanca!”
Se ne parlava con le sue amiche che non avevano ancora avuto figli, era inutile, non la capivano. Non lo facevano di proposito, ci provavano a mettersi nei suoi panni ma, non sapevano minimamente come ci si sentiva. Continuavano a dire che non avevano mai tempo per loro e Irene rideva dentro di sé, pensando: “Vedrai quando avrai un figlio, quanto davvero poco tempo ti rimane!”
Se parlava con suo marito, in quei pochi istanti che rimanevano loro a fine giornata, le diceva che era esagerata, che ingigantiva sempre i problemi e soprattutto, essendo a casa dal lavoro, aveva tutta la giornata a sua disposizione. “Che cosa vuoi di più?”
Se ne parlava con le madri che incontrava per strada, non c’erano mezze misure. Le più numerose erano messe peggio di lei e allora le evitava perché le facevano salire l’ansia. Le altre erano perfette! Le vedeva vestite bene, pettinate bene, truccate bene, serene e felicissime: “Mio figlio dorme tutta la notte, mio figlio non piange mai, mio figlio è un angelo” e anche in questo caso, le veniva l’ansia. Meglio non fermarsi a paRlare con nessuno e, questo era facile.
Irene non viveva nella sua regione di nascita, la vita l’aveva portata in quel momento, a vivere e crescere suo figlio al mare, lontana dalla famiglia, dagli amici e dai luoghi d’infanzia.

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